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Quando l'uomo usava ancora le parole

E' di recente la notizia di un'agenzia inglese che ha pubblicato un annuncio in cui cerca un traduttore di emoji. L'azienda in questione , con sede a Londra, sull'annuncio tratteggia il candidato ideale, che deve essere appassionato di emoji e deve possibilmente conoscere le varie differenze interpretative che ciascuna immagine può avere. Sempre secondo questa azienda, l'emoji è un linguaggio univoco dovuto alla presenza di un software che non prende in considerazione le molteplici sfaccettature che un'immagine può assumere. E' necessario quindi che il candidato ideale sia in grado di restituire un pizzico di umanità ad un linguaggio digitale utilizzato da milioni di utenti, in modo tale da comprendere il messaggio di fondo senza ambiguità.


Emoji: cosa sono?

Letteralmente immagini, le emoji sono rappresentazioni grafiche (anche con effetti 3D) utilizzate come linguaggio sostitutivo sia di parole che di pensieri.
Se dapprima le emoticon erano ricreate utilizzando segni di punteggiatura su vecchi display digitali, oggi le faccine più usate negli short message (si contano oltre 2,3 trilioni di messaggi con emoji inviati nel 2016 in tutto il mondo) si evolvono in espressioni tridimensionali che contornano tweet e whatsapp. La facilità nel loro utilizzo consente di risparmiare tempo nella definizione di una parola, potendo sostituire l'amore con il simbolo del cuore, una delusione con una lacrima o la felicità con un sorriso. Le faccine sono infinite: si possono contare emoji che riproducono case, vestiti, accessori moda e animali, annoverando emoji animate su piattaforme come Facebook. Ogni emoji ha una pluralità di significati, che può variare in base al contesto di riferimento (una chati) o al senso che si vuole dare ad una frase.


Emoji: uno status symbol?

Se il linguaggio raffinato ricco di termini ricercati era ad appannaggio di una cultura elevata, oggi saper parlare con emoji significa appartenere ad una società che cerca di comunicare istintivamente senza ricercare la parola giusta per esprimere un pensiero. Un'immagine basta perché la celerità nel suo utilizzo consente di inviare un immediato messaggio ad uno o più destinatari. Un'icona racconta più di tante parole e non sono rari i blogger che prediligono l'uso di emoji per contornare post e articoli. L'emoji, oltre a comunicare, accorcia le distanze eliminando le differenze sociali, linguistiche e culturali, potendo comunicare con una sola lingua senza necessariamente imparare le varie declinazioni.


Comunicare con le emoji: davvero è così semplice?

Se un'immagine può dire più di tante parole, è anche vero che l'interpretazione può essere differente, creando situazioni imbarazzanti e messaggi a dir poco ambigui. L'interpretazione è qualcosa di soggettivo e se per qualcuno una faccia triste può sembrare annoiata, qualcun altro predilige l'uso di oggetti per indicare luoghi o azioni. Il rovescio della medaglia è l'abbandono parziale delle parole e della loro struttura, impedendo di imparare le regole grammaticali di fondo che per secoli hanno caratterizzato lingue e storia di ogni paese. Una parola è un'emozione, ma se un'immagine offre un messaggio diretto, la parola esprime concetti più profondi, potendo essere contemporaneamente poesia e letteratura, comunicazione e informazione sociale.


Curiosità dal mondo emoji

Ogni anno le emoji nuove sono circa una settantina, quelle maggiormente usate sono meno di dieci, annoverando faccine come il bacio, la risata, l'annoiato e l'addormentato.
All'indomani delle elezioni presidenziali americane Donald Trump vanta un'emoji tutta sua, contando una serie indefinita di imitazioni che lo ritraggono con il famoso ciuffo biondo.
Esiste un'app che conta oltre cinquanta milioni di download proclamandosi la prima tastiera di emoji al mondo, mentre con un'altra applicazione è possibile trasformare le foto personali in vere e proprie emoticon.
Emoji come le mani giunte possono assumere molteplici significati: se da noi è associabile al gesto di supplica o di preghiera, in Giappone viene ritenuto come atto di scusa.
Secondo fonti dal web, la prima emoji fu creata a fine anni 90 per distinguersi dalle emoticon realizzate con i segni di punteggiatura.
Nel 2015 per il dizionario inglese Oxford la parola dell'anno è stata un'emoji e, per la precisione, la faccina che ride con le lacrime.

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